Sviluppare app per iPhone
Apple è molto restrittiva con i programmatori che vogliono sviluppare applicazioni per Iphone. In questo articolo, cercheremo di raccontare alcuni passi da seguire per tutte quelle persone che vogliono cimentarsi in questa impresa. Ovviamente il codice non verrà menzionato visto che sicuramente sarà variabile in base allo scopo che vogliamo dare alla nostra applicazione per Iphone, ma ci sono alcuni passi da seguire e alcune informazioni da conoscere per sviluppare applicazioni apple per iphone, vediamo insieme alcuni punti essenziali.
Le due informazioni più importanti da conoscere sono essenzialmente due. La prima è che se vogliamo sviluppare un’applicazione per Iphone dobbiamo pagare, precisamente sono necessari 99 dollari. La seconda è che è necessario l’utilizzo del MAC, infatti alcune parti di codice girano solo su questo prodotto (facile da capire il perche!), sebbene in quest’ultimo periodo siano nati altri rimedi ancora in fase di studio però.
La prima operazione da effettuare per sviluppare un’applicazione per Iphone è registrarsi come programmatore Apple. Volendo possiamo farlo usando le stesse credenziali che abbiamo sul nostro account Itunes. Una volta effettuata la registrazione e diventato un programmatore Apple ufficiale, possiamo incominciare scaricando il Software Development Kit per Iphone, semplificato nell’acronimo SDK ossia un Kit di partenza per quanto riguarda il codice vero e proprio. In questo Kit è compresa la documentazione, alcuni esempi di codice, strumenti e molto altro ancora.
A questo punto possiamo incominciare a tirar giù il codice della nostra applicazione per Iphone. Ovviamente prima di iniziare la progettazione di qualunque software, verifichiamo la presenza di un’altra applicazione su Apple Store, negli utlimi anni sono aumentate a vista d’occhio. Il linguaggio da utilizzare è sicuramente Objective-C, cercando sul web potete trovare valide guide, anche in italiano. In questa fase, può esserci di aiuto il sito ManiacDev che raccoglie molte guide con esempi di programmazione; sono presenti anche dei video per chi si affaccia nella programmazione per la prima volta. Inoltre, Apple consiglia XCode, un ambiente di sviluppo integrato progettato proprio dalla casa di Cupertino.
Una volta scritta la nostra applicazione per Iphone, possiamo verificarla con iPhone Simulator, contenuto proprio all’interno del SDK per Iphone. Verificate eventuali bug e correggeteli. Dopodichè, una volta ottimizzato il nostro applicativo, è arrivato il momento di pagare Apple. Il canone è annuale e la quota è di 99 dollari. Tutto questo sarà necessario per caricare la nostra applicazione per Iphone su Itunes e accedere alla community dei programmatori per Iphone, con il quale potremo confrontarci con altre persone per risolvere eventuali errori.
Siamo arrivati all’ultimo passaggio da fare. Inviare l’applicazione ad Itunes e aspettare l’esito.
PEC obbligatoria da 21 novembre
La posta elettronica certificata è il nuovo sistema attraverso il quale è possibile inviare email con valore legale equiparato ad una raccomandata con ricevuta di ritorno come stabilito dalla vigente normativa (decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185).
Questo sistema presenta delle forti similitudini con il servizio di posta elettronica “tradizionale”, cui però sono state aggiunte delle caratteristiche tali da fornire agli utenti la certezza, a valore legale, dell’invio e della consegna (o meno) dei messaggi e-mail al destinatario.
La Posta Elettronica Certificata ha lo stesso valore legale della raccomandata con la ricevuta di ritorno con attestazione dell’orario esatto di spedizione.
Con il sistema di Posta Certificata è garantita la certezza del contenuto: i protocolli di sicurezza utilizzati fanno si che non siano possibili modifiche al contenuto del messaggio e agli eventuali allegati.
La Posta Elettronica Certificata, garantisce, in caso di contenzioso, l’opponibilità a terzi del messaggio.
A chi si rivolge:
Privati che vogliono evitare spese e code per l’invio delle proprie raccomandate.
Aziende che desiderano sostituire la posta cartacea per semplificare i rapporti con clienti e fornitori.
Enti pubblici che devono inviare comunicazioni ufficiali verso altri enti oppure verso i cittadini.
Inoltro di circolari e direttive
Integrazione delle trasmissioni certificate in software gestionali, paghe e stipendi, protocollo, gestori documentali, workflow
Invio e ricezione di ordini, contratti, fatture
Convocazioni di Consigli, Assemblee, Giunte
Gestione di gare di appalto
Privati ed aziende che devono inviare documenti alla Pubblica Amministrazione (accertamento tributario, etc.)
Vantaggi:
Semplicità: il servizio PEC si usa come la normale posta elettronica sia tramite programma client (Es. Outlook Express) che via web tramite web mail.
Sicurezza: Il servizio utilizza i protocolli sicuri POP3s, IMAPs, SMTPs ed HTTPs. Tutte le comunicazioni sono protette perché crittografate e firmate digitalmente. Per questo avrete sempre la certezza che i messaggi inviati o ricevuti non possano essere contraffatti.
Valore legale: a differenza della tradizionale posta elettronica, alla PEC è riconosciuto pieno valore legale e le ricevute possono essere usate come prove dell’invio, della ricezione ed anche del contenuto del messaggio inviato. Le principali informazioni riguardanti la trasmissione e la consegna vengono conservate per 30 mesi dal gestore e sono anch’esse opponibili a terzi.
No Virus e Spam: l’identificazione certa del mittente di ogni messaggio ricevuto ed il fatto che non si possano ricevere messaggi non certificati, rendono il servizio PEC pressoché immune dalla fastidiosa posta spazzatura.
Risparmio: Confrontando i costi di una casella PEC con quello di strumenti quali fax e raccomandate è evidente il risparmio che si può ottenere non solo in termini economici, ma anche di tempo.
Costo fisso: il prezzo annuale di una casella PEC non prevede costi aggiuntivi in base all’utilizzo.
Malware per Mac OSX
I sistemi operativi di Apple sono i meno attaccati dalla comunità dei malintenzionati della Rete ma, da qualche tempo, qualche sparuto caso di infezione coinvolge anche il mondo di OS X. Qualche tempo fa grande clamore ha suscitato il malware MacDefender, anche se per installazione era necessario il consenso esplicito dell’utente tramite l’inserimento della password. Oggi è il turno di OSX/Miner-D, un trojan che occupa le risorse di calcolo della GPU per generare BitCoins, una forma di pagamento diffusa in Rete.
Il malware si trova nelle copie illegali di Graphic Converter 7.4 diffuse tramite BitTorrent e, dopo aver sempre chiesto la password all’utente, si insinua nel sistema operativo rubando dati sensibili, effettuando screenshot delle attività in corso e mandando all’esterno le impostazioni di Safari, Firefox e Tor. Inoltre, costringe la GPU a un superlavoro, con conseguenze nefaste in termini di riscaldamento dei laptop, per generare moneta virtuale che verrà poi spesa dai malintenzionati.
Ma perché proprio la GPU e non la CPU? Secondo quanto sostenuto dagli esperti di Sophos, DevilRobber, l’altro nome del trojan, utilizzerebbe questa strategia perché meno riconoscibile dagli utenti. Il carico della CPU è infatti immediatamente riconoscibile da “Monitor Attività“, mentre per quanto riguarda il chip grafico le indicazioni sono certamente più lasche.
Tra gli effetti più preoccupanti del malware, vi sarebbe anche la ricerca online di file chiamati “pthc“, ovvero gli scioccanti “pre-teen hardcore pornography”. Un problema non di poco conto per l’utente ignaro, che potrebbe ritrovarsi accusato di pedopornografia a sua insaputa.
Descritto il problema, come si risolve una possibile infezione? Al momento, non è stato rilasciato alcun tool di eliminazione, bisognerà attendere quindi l’intervento diretto di Cupertino. Il numero di macchine affette, tuttavia, dovrebbe essere esiguo, considerando come Graphic Converter 7.4 non sia un software di larga diffusione per la comunità Mac. Si consiglia, perciò, di non scaricare software da fonti sconosciute (Mac App Store dispone, fra l’altro, di moltissimi tool di conversione grafica gratuiti) e di monitorare l’attività in Rete con software irrinunciabili quali Little Snitch. Oltre a bloccare accessi non verificati alla Rete, Little Snitch mostra all’utente il nome dei processi che richiedono di poter usufruire di Internet e, così, software non conosciuti vengono immediatamente smascherati. Inoltre, utile è anche monitorare la temperatura del Mac con programmi come smcFanControl: in caso si notasse l’aumento immotivato dei grandi della GPU, ovvero anche quando non si visualizza un filmato flash o si eseguono applicazioni in 3D, è meglio mettersi in allarme.
Icona a 3 strati
Che Steve Jobs fosse dotato d’un invidiabile spirito visionario è oramai cosa nota ai più. Ciò che molti ignorano, tuttavia, è che l’amore dell’iCEO per la sua società non si esauriva esclusivamente nella posizione che ricopriva: esistono infatti più di 300 brevetti che portano la sua firma e l’ultimo, il più recente in ordine cronologico, risale a meno d’un anno fa e descrive l’ingegnosa idea d’una “icona a tre stati”. Stiamo parlando, per intenderci, di quella stessa icona che abbiamo premuto decine di volte per masterizzare un CD o un DVD su OS X.
Pubblicato in tempi recentissimi dallo U.S. Patent and Trademark Office, il brevetto in questione descrive un’icona sensibile al contesto, in grado di modificarsi fisicamente nella forma diverse volte prima di dare formalmente inizio a un’azione che non può essere interrotta e prevenire così un click accidentale. Una piccola idea geniale, a pensarci bene, visto che la masterizzazione di un disco ottico deve sempre e necessariamente arrivare a compimento, pena un CD “bruciato”:
«Dare inizio a un’operazione impropria sul computer può risultare costoso in termini di tempo e denaro. La registrazione di un medium, ad esempio, può essere effettuata solo una volta; quindi, se l’errore è fatto durante la registrazione, allora il medium non sarà più riutilizzabile.»
Per prevenire questo tipo di problemi, Jobs ha quindi immaginato un’icona intelligente posta in una sorta di “stato protettivo” che reagisce esattamente come quella delle vecchie versioni di iTunes o iDVD: un primo click la attiva aprendo l’iride, ma ce ne vuole un secondo per dare effettivamente inizio alla registrazione su disco. Un lasso di tempo che permette all’utente di rendersi conto se la masterizzazione è effettivamente ciò che desidera e non il frutto d’un click accidentale. Infine, arriva il terzo stato, ovvero quello in cui l’icona inizia a ruotare per restituire la sensazione che qualcosa – la masterizzazione, per l’appunto – sia in corso nel computer.
Si tratta di una notizia che documenta al contempo l’attenzione maniacale ai dettagli tanto cara all’iCEO e la dedizione alla causa di Apple, per la quale ha lavorato alacremente fino agli ultimi istanti della propria intensa esistenza. Il brevetto riporta infatti in calce le firma di Steve Jobs e di Timothy Wasko.
L’illusione di facebook
Roma – L’altra sera sera avevo mal di gola e un po’ di febbre. Così ho preso una tachipirina e mi sono messo con la mia coperta a seguire la conferenza di Mark Zuckerberg che presentava i nuovi grandi cambiamenti di Facebook. F8, la riunione degli sviluppatori organizzata da Facebook ogni anno, ospita una sorta di keynote alla Steve Jobs: un po più giovanile e supercafone, senza l’aura di messa laica delle riunioni di Apple, ma in ogni caso un evento che silenziosamente strizza l’occhio a quelli della Mela.
Zuck però non è esattamente un ammaliatore di folle: sul palco assomiglia di più ad un giovane uomo sparato lì dal pianeta Saturno. Per questo forse cammina e ride molto, anche quando non serve, e molto spesso il pubblico resta freddino alle sue battute.
Mentre Apple vende prodotti, e questi di tanto in tanto cambiano, Facebook vende una idea: sempre la stessa idea che l’ha resa vincente. Attaccato ad essa c’è un pezzo di software che negli anni è cambiato innumerevoli volte, rimanendo ugualmente gradito ai propri utenti. Ma se l’interfaccia e le funzioni di Facebook cambiano con una frequenza preoccupante (l’ultima rivoluzione annunciata con la presentazione di Timeline è piuttosto basilare e rivoluzionaria) il mantra di Facebook nei confronti della sua clientela, ripetuto anche l’altra sera, resta sempre il medesimo:
Condividete, condividete, condividete.
Mentre spiega le nuove caratteristiche di Timeline, Zuckerberg sta molto attento a non accennare mai nemmeno lontanamente al tema della proprietà e della riservatezza dei contenuti caricati su Facebook. L’idea sociologica raccontata è nota e discretamente tranchante: la gente vuole condividere contenuti ed esperienze e non è interessata a proteggerli. Ed ogni anno, in una sorta di tossicosi, vuole condividerne più dell’anno prima (al riguardo The Joy of Tech ha pubblicato una vignetta divertente).
Per conto mio questo tentativo di creare un inedito “campo di distorsione della realtà” è una delle grandi debolezze di una azienda come Facebook diventata ormai adulta: l’omino in t-shirt grigia e i suoi soci descrivono un mondo che vorrebbero venderci, piuttosto differente da quello che esiste intorno. C’è qualcosa di paternalistico nel voler spiegare ai propri utenti quello che loro stessi pensano per poi scrivere software di conseguenza. L’idea stessa di Timeline, che prossimamente trasformerà radicalmente i profili facebook di milioni di persone in tutto il pianeta, è quella, piuttosto pretenziosa, di una cronologia dell’esistenza dove i nostri dati, i pensieri, le foto, i luoghi che abbiamo visitato, i cibi che abbiamo mangiato, sono ordinati secondo un criterio temporale rigoroso.
Nel frattempo nessuno si chiede seriamente a beneficio di chi dovrei fotografare i cappelletti mangiati oggi a pranzo. Così eccoci a ritroso nel tempo ad osservare le foto di Zuckerberg bambino con una di quelle cravatte fucsia che solo gli americani sanno sfoggiare, a chiederci se oggi, in tempi di così ampia esposizione in Rete, abbiamo davvero bisogno che una simile tendenza alla condivisione della nostra sfera privata sia ulteriormente ampliata e maggiormente organizzata. E lo stridore che io provo nel frugare nella Timeline di Zuck così orgogliosamente esposta a tutti sul grande schermo di F8 dovrebbe essere sufficiente a spiegare molte cose.
Ovvio che, come dice Jeff Jarvis, chi vuole condividere condivide e chi non vuole non lo fa, ma se questo da un lato è evidentemente vero, dall’altro scelte di indirizzo così nette da una azienda che oggi accende mezzo miliardo di profili ogni giorno sono cariche di una valenza sociale che non è più possibile ignorare.
Mentre le nuove app annunciate ad F8 non fanno nulla di così straordinario ed innovativo, perché tutto viaggia e si propaga dentro il doppio tubo chiuso degli utenti di servizi a pagamento come Spotify e Netflix, a loro volta chiusi dentro lo spazio recintato di Facebook (mentre ovviamente le nuove possibili frontiere della condivisione dei contenuti dentro le reti sociali prescindono da simili cancelli), è discretamente commovente il tentativo di ricondurre dentro Facebook perfino i link ad articoli e pagine web indicate dai nostri amici.
Qualche anno fa la stessa graziosa megalomania faceva sì che Facebook annunciasse ai suoi utenti che avevano cliccato un link che li stava portando fuori dal social network (non sia mai), oggi mi pare di capire che le innovative App di Mark Zuckerberg ci consentiranno di importare un articolo del Wall Street Journal dal Web per leggerlo confortevolmente insieme ai nostri amici dentro le mura accoglienti del nostro social preferito.
La battaglia fra il piccolo Facebook geniale e un po’ sbruffone ed il grande Web aperto ha un finale scontato che nemmeno sarebbe necessario ricordare. È in fondo la riedizione in salsa sociale della stessa aspirazione che abbiamo osservato molte volte negli ultimi 15 anni: il grande servizio di successo che detta regole, orari e pratiche in funzione della propria partigiana visione del mondo. Regole, orari e pratiche che poi, alla fine, nessuno fortunatamente rispetterà.
Le ricerche di bing che si adatta
Roma – Il nuovo arsenale a disposizione di Bing nella lotta contro lo strapotere di Google si chiama Ricerca Adattiva, una funzionalità che dovrebbe trasformare il “motore decisionale” di Microsoft in qualcosa di molto più adatto alle esigenze specifiche di ogni utente di rete.
Il principio base su cui funziona “Adaptive Search” è la costruzione di “pattern comportamentali” per ogni singolo netizen impegnato a usare il servizio con regolarità: Bing analizzerà le keyword cercate in passato, incrocerà questa informazione con i link effettivamente visitati e modificherà di conseguenza i risultati di ricerca.
Adaptive Search promuove l’utilizzo costante di Bing: maggiore sarà la frequenza delle ricerche nel motore di Microsoft, maggiore dovrebbe risultare il livello di personalizzazione dei risultati di ricerca sugli argomenti che specificatamente stanno a cuore all’utente.
Per quanto riguarda la policy di gestione dei dati personali e il rispetto della privacy dell’utente, Microsoft conferma che i risultati personalizzati di Adaptive Search saranno basati su cookie e manterranno le query di ricerca storiche per 28 giorni – 18 mesi per gli utenti loggati su Bing.
Le gesture di Lion X
OS X Lion è arrivato da poche settimane e sono ancora numerose le feature da scoprire per gli utenti della Mela di Cupertino. Tra queste vi sono sicuramente le nuove gesture multitouch, le quali potranno inizialmente rappresentare un ostacolo ma che, una volta comprese, possono semplificare l’esecuzione di numerose operazioni.
La gesture più importante a due dita è sicuramente lo scrolling delle pagine: in Lion risulta attiva di default la modalità “naturale”, la cui direzione per lo scorrimento è opposta a quella disponibile in Snow Leopard. Sfiorando con due dita il trackpad dal basso verso l’alto si scorre infatti verso il basso, mentre dall’alto verso il basso si scorre nella direzione opposta. Per ripristinare la precedente configurazione è sufficiente accedere al menù Trackpad presente in Preferenze di Sistema e deselezionare la voce “Direzione scorrimento: naturale” nella scheda “Scorri e zoom”.
Tra le altre gesture a due dita figura lo zoom: effettuando un doppio tap sul trackpad è possibile infatti zoomare l’area ove è presente il puntatore del mouse in stile iPhone. Lo zoom può essere inoltre effettuato mediante il classico pizzichio dall’interno verso l’esterno sul trackpad, mentre quello dall’esterno verso l’interno permette di diminuire l’ingrandimento. Sempre alle due dita è legata la navigazione in alcune applicazioni come Safari: per passare da una pagina all’altra della cronologia è sufficiente infatti sfiorare in avanti o indietro due dita sul trackpad, con un effetto grafico piuttosto gradevole.
Passando alle tre dita, invece, il nome più importante è quello di Launchpad: il nuovo strumento può essere infatti lanciato in maniera rapida con un pizzichio a tre dita sul trackpad dall’esterno verso l’interno, mentre il movimento opposto permette di chiuderlo. Effettuando invece prima il pizzichio dall’interno all’esterno viene visualizzata la scrivania e ancora una volta il movimento opposto ripristina la situazione precedente. Un tap a tre dita su una parola all’interno di alcune applicazioni permette, invece, di effettuarne una ricerca rapida all’interno del dizionario.
Con quattro dita si può poi passare da uno Space all’altro, muovendole in avanti o all’indietro a seconda delle necessità. Un movimento dal basso verso l’alto delle stesse permette invece di eseguire Mission Control, tramite il quale è possibile visualizzare tutte le applicazioni aperte e le rispettive finestre. Sempre con quattro dita, infine, è possibile scorrere tra le varie pagine delle applicazioni lanciate in modalità schermo intero.
iOS / Android sicurezza
La guerra tra iOS e Android si fa di giorno in giorno più accesa, tanto che in Rete appaiono i più svariati paragoni. Essendo entrambi due sistemi operativi mobile estremamente validi, la battaglia è volta a conquistare la pole position del mercato dei device portatili. Luogo di scontro odierno è la sicurezza, analizzata da uno studio di McAfee sul secondo quarto fiscale del 2011.
Secondo i dati raccolti dalla nota società di sicurezza informatica, anche in questo secondo periodo di riferimento iOS non ha subito alcuna minaccia malware. La situazione non è, invece, così florida per il mondo Android, con un aumento potenziale del software malevolo del 76% rispetto al precedente periodo di riferimento.
Sono stati ben 44 i malware scoperti per la piattaforma di Google, che si aggiudica così il primo posto fra i sistemi operativi mobile più minacciati. Segue quindi Java ME, un tempo il sistema più affetto da malware, con 14 nuovi exploit e un calo motivabile con la caduta di appeal da parte dell’utenza. L’ambiente di Apple, invece, sembra continuare a essere una roccaforte ben fortificata contro qualsiasi attacco dall’esterno.
Ma da dove può derivare questa notevole differenza, considerando le similitudini d’uso dei due sistemi? Una prima ragione potrebbe risiedere nell’environment di App Store: il sistema di approvazione del software di Cupertino è decisamente molto severo e, a meno che non venga effettuato il jailbreak dove sono stati registrati 4 attacchi, nessuna applicazione potenzialmente malevola può essere installata su device quali iPhone, iPad e iPod Touch. Una seconda motivazione, invece, riguarda la navigazione di Safari per iOS che, impedendo l’utilizzo di plugin e l’esecuzione di diversi strumenti online, rende l’esperienza sul Web decisamente più sicura. Un fattore questo che, tuttavia, corrisponde anche a una seria limitazione di funzionalità rispetto alla concorrenza.
La giustificazione più probabile, tuttavia, sembra risiede nello scarso interesse da parte della comunità di attacco: il SO mobile in più rapida crescita è proprio Android di Google, tanto che si prospetta che in poco tempo arriverà a dominare il mercato. Una diffusione veloce e capillare che, ovviamente, non ha fatto altro che rendere Android appetibile ai malintenzionati.
Previsioni meteo su google map
Le previsioni del tempo sbarcano su Google Maps. Sebbene non si tratti certo di una novità epocale, l’aggiunta della nuova funzionalità al noto ed apprezzato servizio di mappe online consentirà di ottenere informazioni meteorologiche, in tempo reale, relative a qualunque località del globo terrestre.
L’indicazione meteo può essere ottenuta, mediante l’aggiunta di una serie di icone esplicative, semplicemente accedendo a questa pagina, portando il puntatore del mouse su Mappa o Satellite quindi spuntando la voce Meteo.
La cartina mostrata da Google verrà così aggiornata visualizzando eventuali perturbazioni in arrivo ed esponendo un’icona in corrispondenza delle varie aree territoriali.
I dati relativi alla situazione in tempo reale ed alle previsioni sono forniti da Weather.com mentre le immagini che si riferiscono alla copertura nuvolosa sono offerte dai laboratori di ricerca della Marina degli Stati Uniti.
Cliccando sulle icone, si possono esaminare ulteriori informazioni insieme con le previsioni per i successivi quattro giorni.
Per quanto riguarda Street View, il servizio di Google – fruibile direttamente da Maps – che consente di ottenere viste panoramiche a 360 gradi in orizzontale e 290 gradi in verticale di strade cittadine e percorsi extraurbani in molte zone del mondo, gli ultimi aggiornamenti vedono l’aggiunta di un archivio fotografico del museo nazionale iracheno. A fine giugno sono state pubblicate le foto relative alle “scorribande” delle auto di Google in numerose località italiane precedentemente non coperte oltre a nuovo materiale fotografico riguardante Paesi quali Danimarca, Irlanda, Olanda, Norvegia, Romania, Sud Africa, Regno Unito, Stati Uniti, Taiwan, Isole di Man. Più di recente, gli archivi fotografici di Street View sono stati arricchiti con le foto panoramiche scattate a Monte Carlo e con quelle HD raccolte in varie zone dell’Australia. A questo indirizzo è disponibile la cronologia dei vari aggiornamenti apportati da Google a Street View.
Sitelinks
Google sta rendendo attivi in queste ore i nuovi sitelinks studiati appositamente per le ricerche branded, che focalizzano l’attenzione sul risultato principale – quello del brand in questione, con l’obbiettivo di rendere ancora più agevole la navigazione e migliorare la user experience in fase di search che, nel caso di ricerche branded, si conclude spesso e volentieri in un’esplorazione più approfondita del sito ufficiale.
Ottime notizie quindi per chi ha grandi volumi di traffico in entrata dalla keyword corrispondente al nome del sito: marchi conosciuti e siti rinomati avranno quindi da oggi un risalto decisamente maggiore in SERP, monopolizzando l’attenzione e occupando tutto lo spazio above the fold nella ricerca branded in questione.
L’altra faccia della medaglia sta in un serio colpo ai siti di recensioni di strutture ricettive e marchi; portali che basano la loro attività su brand preesistenti vedranno probabilmente calare drasticamente il traffico in entrata da Google, per quanto riguarda le ricerche di questo tipo. I sitelinks di questo tipo sono attivi infatti anche per vetrine di piccole imprese e strutture ricettive, come B&B e ristoranti, sulle quali recensioni alcuni grandi portali poggiano la loro attività.
